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"Le spigloatrici", Jean-François Millet, Musée d'Orsay, Parigi |
“
Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso
là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e
gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i
pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava per ingannare la
noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell’ora in
cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell’immensa campagna, e i
muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua
canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: -Qui di
chi è?- sentiva rispondersi: -Di Mazzarò-.” Sono le prime righe della
descrizione degli incommensurabili possedimenti di Mazzarò, protagonista della novella
“
La Roba”, appartenente alla raccolta “
Novelle rusticane” di Giovanni Verga. Fin
dal principio della descrizione appare evidente la vastità e la copiosità dei
possedimenti di Mazzarò. La fattoria “
grande come un paese”, la vigna “
che non
finiva più”, l’uliveto “
folto come un bosco” e i magazzini “
grandi come chiese”
sono solo alcune delle altre proprietà di Mazzarò. I suoi terreni sono così sconfinati
che “
pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava” e “
pareva che
Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto grande era la terra, e che gli si
camminasse sulla pancia”. Il protagonista della novella viene introdotto
gradualmente, descrivendo prima la
grande quantità di roba di cui egli è in possesso,
successivamente il suo aspetto fisico, la sua testa “
che era un diamante” e le
sue abitudini quotidiane, poi il modo in cui, con immensi sacrifici e sforzi, “
colle
sue mani e colla sua testa”, era
riuscito ad impadronirsi dell’amata roba, e, solo alla fine, la presa di coscienza
che la terra “
doveva lasciarla dov'era”. La roba, quella
grande quantità di
roba accumulata negli anni, tutto ciò che egli avesse, tutto ciò che l’avesse
mai preoccupato e impegnato, nel momento della morte non avrebbe potuto andarsene
con lui. Sorge quindi spontaneo domandarsi se la
quantità che Mazzarò ha desiderato
e accumulato nella sua vita sia veramente la
quantità per cui lottare e
struggersi nella quotidianità o se ci sia qualche altra forma di
quantità,
magari non materiale, per cui valga la pena affannarsi e faticare… “ai posteri
l’ardua sentenza”.
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Giovanni Verga |
Fonte:
“ai posteri l’ardua sentenza” dal "V Maggio" di Alessandro Manzoni
Immagini:
in alto: "Le spigloatrici", Jean-François Millet, Musée d'Orsay, Parigi
a lato: fotografia di Giovanni Verga
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